Lo spettro del referendum
Dopo la rinuncia del conservatore Antonis Samaras e del leader di Syriza (la coalizione di gruppi di sinistra radicale) Alexis Tsipras, il presidente della Repubblica greco Karolos Papoulias ha conferito l’incarico di formare il governo a Evangelos Venizelos, capo del Pasok. L’impresa si presenta difficile, i numeri non sono dalla sua parte e il tentativo, con ogni probabilità, non avrà successo. Ormai tutti in Grecia si preparano a un ritorno alle urne, già il prossimo giugno.
23 AGO 20

Dopo la rinuncia del conservatore Antonis Samaras e del leader di Syriza (la coalizione di gruppi di sinistra radicale) Alexis Tsipras, il presidente della Repubblica greco Karolos Papoulias ha conferito l’incarico di formare il governo a Evangelos Venizelos, capo del Pasok. L’impresa si presenta difficile, i numeri non sono dalla sua parte e il tentativo, con ogni probabilità, non avrà successo. Ormai tutti in Grecia si preparano a un ritorno alle urne, già il prossimo giugno. Un appuntamento che in realtà avrà più i connotati di un referendum sulla permanenza nell’Eurozona, piuttosto che una normale consultazione per il rinnovo del Parlamento. E’ questo l’obiettivo di Tsipras, che già poche ore dopo la chiusura dei seggi diceva di non essere disposto a far parte di un governo in procinto di piegarsi ancora ai diktat di Bruxelles e del Fondo monetario internazionale. Syriza vuole capitalizzare il successo ottenuto domenica scorsa, sfruttando l’esasperazione di un popolo disorientato dai tentennamenti di una classe politica che, nonostante piani di salvataggio e di austerità, ha portato il paese al fallimento.
Anche Samaras affila le armi in vista delle prossime elezioni, che Nuova democrazia presenterà come l’ultima occasione per evitare al paese la bancarotta, che però gli esperti danno per inevitabile. Le pressioni su Atene, la posta troppo alta richiesta al paese con il risultato incerto dell’ingovernabilità e dei conti ancora disastrati potrebbero condizionare il referendum che si terrà il 31 maggio in Irlanda sul Fiscal compact. Solo Dublino ha scelto la strada delle urne per decidere se approvare o no il Patto di bilancio europeo, già definito “non negoziabile” dal cancelliere tedesco Angela Merkel.
L’Europa non ha un passato rassicurante con lo strumento referendario: si sa che il popolo del continente, tanto europeista nelle rilevazioni, non ama molto Bruxelles. Ancora bruciano i risultati in Francia e Olanda contro la Costituzione nel 2005 e il no degli irlandesi al trattato di Lisbona nel 2008, poi ratificato con un ulteriore referendum. Ora l’Europa ha spostato la sua capitale a Berlino, ma non se la passa bene comunque.